Libertà condizionata
Il 9 settembre è stato per molti bambini il primo giorno di scuola. Lo è stato per gli amichetti Torinesi di Eleonora, quelli sardi invece si godono ancora una settimana di mare, sole, e maestrale, e poi toccherà anche a loro.
Ieri mattina siamo andate a festeggiare l'uscita da scuola dei nostri amichetti del cuore. Fuori dal cortile una folla di genitori cellular-dotati, con macchine in doppia fila, in tiro come per un matrimonio, che sennò poi in foto vengono male e sui social li fanno a pezzi. Altri semplicemente commossi, a tratti quasi storditi, dal quel cambiamento, magari di pochi passi dalla materna precedente, e che invece simboleggiano una tappa di crescita. Mi verrebbe da fare una riflessione su quanto i bambini però non crescano "a salti", e di quanto quindi possano non essere affatto pronti per un impegno importante come quello scolastico, ma non è questo l'oggetto dell'articolo.
Mia figlia e gli altri bambini si sono precipitati immediatamente al parco giochi, a fare merenda e giocare appunto, dimostrando che per loro non c'era niente di nuovo sul fronte occidentale. Noi genitori dietro, a parlare delle nostre paure, del senso di responsabilità ecc. Insomma, io posso testimoniare che la "pacifica convivenza tra specie" è possibile. Anzi, è bellissima e fonte di grandi ispirazioni.
Quando siamo tornate a casa lei naturalmente ha voluto giocare alla scuola, con tanto di grembiulino regalato dalla sua amica, banco, quaderni, e lavagna. Dopo una mezzora mi dice: "però quando non ho più voglia cambiamo gioco". Ed ecco sorgere imperiosa in me la domanda: cosa è giusto fare? Proseguire comunque fino alla conclusione dell'argomento del giorno inserito nel gioco? No, sarebbe una forzatura. L'insegnante che è in me però, poverina, è ancora prigioniera del concetto di ora et labora. Va bene l'homeschooling, ma poi come si fa con gli esami? E il programma?
"Fanculo anche il jazz" direbbe Baricco.
E insieme al jazz anche gli schemi, lo stress e l'ansia da prestazione. Andiamo a fare i biscotti!
Ma gli altri? Quattro ore sono tante per prestare attenzione continua, per scrivere, contare, ascoltare. E' davvero possibile trasmettere qualcosa ad un bambino così piccolo per tanto tempo di fila? E cosa succede quando un bambino pensa: adesso basta, non ne ho più voglia, che poi tradotto vuol dire non ce la faccio? Si sente umiliato se non riesce ma deve?
Troppe domande, lo so. E sono dolorose perché se hanno una risposta è brutta. E' quella sbagliata.
Stiamo crescendo una generazione assuefatta al dovere nell'infanzia, e completamente sbandata nell'età della cosiddetta ragione. Una massa di persone che non sa più a cosa ha diritto e quindi prende quel che gli aggrada, anche a discapito degli altri. Da piccola mi hanno insegnato che la mia libertà finisce dove inizia quella dell'altro. Oggi questo concetto va spiegato meglio, perché è necessario comprendere che l'altro non ha tutte le libertà che vuole, e che io devo lottare per le mie, altrimenti l'altro me le frega da sotto il naso come quando devi trovare un posto nella spiaggia di Stintino. E l'altro che mi frega la libertà spesso non è un mio coetaneo, che mi strappa di mano il gioco, ma è un adulto, che pretende da me cose che non posso dare, che rivuole indietro il suo tempo, la SUA libertà, che in qualche modo io-bambino gli ho tolto e lui ne soffre.
Insomma quella dei bambini oggi a me pare a tutti gli effetti una libertà condizionata.
Ma non in maniera naturale, giusto per rispondere anticipatamente alla banalissima obiezione: mica il bambino può fare quello che vuole?! Piuttosto in maniera artificiosa, basata non sulle limitazioni utili, necessarie e indispensabili alla sua crescita, ma su quelle imposte dai ritmi sociali e familiari, spesso in quest'ordine.
Travolti da inderogabili impegni quotidiani insomma, non gli resta che aspettare l'ora d'aria.

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