Insegnare la libertà ai nostri figli


In questo tempo molle la libertà sembra essere quanto mai sinonimo di Utopia, di luogo che non c'è.

Non tempo, non luogo...

Si vive. Come e quando non si sa.

Parliamo di diritti, di Costituzione, cerchiamo di spiegare ai nostri bambini cosa significhino. Ma noi stessi spesso confondiamo il diritto con il dovere, li mescoliamo con il mestolo del ricatto, "ti do se", "non potrai se". Quanta fatica "trasmettere la libertà". Pare un ossimoro come le missioni di "Pace preventiva" americana. Una via di mezzo tra una barzelletta e un insulto. Spesso sembriamo dimenticare che la libertà ha un prezzo altissimo, che si paga con la consapevolezza e la responsabilità.

Stavamo già attraversando, in termini educativi, tempi di grande passaggio, tra scelte educative rigidissime e altre libertarie come sinonimo di laissez-faire. Mi è capitato spesso di raccontare a Bijou la storia dell'enfant sauvage, presto guarderemo anche il film di Truffaut, per meglio comprenderne la storia. Il bambino è maestro ma è potenziale. Per esprimersi ha bisogno di essere affiancato da un adulto che lo comprenda e lo ami in egual misura, e che proprio come qualunque madre mammifera fa, lo limiti laddove il superamento del confine sia per lui solo motivo di pericolo e non di apprendimento. Dentro di noi abbiamo le risposte. Abbiamo un cervello incredibile, sopito ormai da tempo immemore, con le funzioni che restano lì, in attesa che qualcuno si ricordi che le abbiamo. 

Soprattutto di questi tempi sembra ormai sempre più evidente quanto sebbene soverchiati da possibili mezzi e strumenti di informazione, sembriamo non capire, non discernere, e soprattutto non capirci.

Nelle parole di Clavé ho trovato alcune risposte ad alcuni interrogativi. E anche in bella forma, ciò che mi sento di rispondere quando qualcuno mi dice che scrivere usando le mani è ormai obsoleto, che il corsivo è inutile. E perché non eliminare anche l'arte figurativa allora? E la musica, e il teatro? Ah si... in effetti è ciò che sta avvenendo. Ma non a casa mia, e non a casa di tanti altri che continueranno a vedere nella libertà una terra in cui costruire con amore, bellezza e rispetto, anche a costo di "lacrime, sudore e sangue" come citava il mio Maestro di Aikido Renato Visentini.

Buona lettura.

Scriviamo gente, scriviamo, che per avere il pollice opponibile abbiamo faticato millenni!

"L’effetto Flynn – che prende il nome dallo scienziato che ha studiato questo fenomeno – afferma che il Quoziente d’Intelligenza (QI) medio della popolazione mondiale è in continuo aumento. Questo almeno dal secondo dopoguerra fino alla fine degli anni ’90. Da allora il QI è invece in diminuzione. È l’inversione dell’Effetto Flynn.
La tesi è ancora discussa e molti studi sono in corso da anni senza riuscire a placare il dibattito. Sembra che il livello d’intelligenza misurato dai test diminuisca nei Paesi più sviluppati. Molte possono essere le cause di questo fenomeno.

Una di queste potrebbe essere l’impoverimento del linguaggio. Molti studi dimostrano infatti la diminuzione della conoscenza lessicale e l’impoverimento della lingua. Non si tratta solo della riduzione del vocabolario utilizzato, ma anche delle sottigliezze linguistiche che permettono di elaborare e formulare un pensiero complesso. La graduale scomparsa dei tempi (congiuntivo, imperfetto, forme composte del futuro, participio passato) dà luogo a un pensiero quasi sempre al presente, limitato al momento, incapace di proiezioni nel tempo. La semplificazione dei tutorial, la scomparsa delle maiuscole e della punteggiatura sono esempi di colpi mortali alla precisione e alla varietà dell’espressione. Solo un esempio: eliminare la parola “signorina”, ormai desueta, non vuol dire solo rinunciare all’estetica di una parola, ma anche promuovere involontariamente l’idea che tra una bambina e una donna non ci siano fasi intermedie. Meno parole e meno verbi coniugati implicano meno capacità di esprimere le emozioni e meno possibilità di elaborare un pensiero. Molti studi hanno dimostrato come parte della violenza nella sfera pubblica e privata derivi direttamente dall’incapacità di descrivere le proprie emozioni attraverso le parole. Senza parole per costruire un ragionamento, il pensiero complesso è reso impossibile. Più povero è il linguaggio, più il pensiero scompare. La storia è ricca di esempi e molti libri – da Georges Orwell con 1984 a Ray Bradbury in Fahrenheit 451 – hanno raccontato come tutti i regimi totalitari hanno sempre ostacolato il pensiero, attraverso una riduzione del numero e del senso delle parole. Se non esistono pensieri, non esistono pensieri critici. E non c’è pensiero senza parole. Come si può costruire un pensiero ipotetico-deduttivo senza il condizionale? Come si può prendere in considerazione il futuro senza una coniugazione al futuro? Come è possibile catturare una temporalità, una successione di elementi nel tempo, siano essi passati o futuri, e la loro durata relativa, senza una lingua che distingue tra ciò che avrebbe potuto essere, ciò che è stato, ciò che è, ciò che potrebbe essere, e ciò che sarà dopo che ciò che sarebbe potuto accadere, è realmente accaduto? 

Voglio rivolgermi ai genitori e agli insegnanti: facciamo parlare, leggere e scrivere i nostri figli, i nostri studenti. Insegnare e praticare la lingua nelle sue forme più diverse. Anche se sembra complicata. Soprattutto se è complicata. Perché in questo sforzo c’è la libertà. Coloro che affermano la necessità di semplificare l’ortografia, scontare la lingua dei suoi “difetti”, abolire i generi, i tempi, le sfumature, tutto ciò che crea complessità, sono i veri artefici dell’impoverimento della mente umana.

Non c’è libertà senza necessità.
Non c’è bellezza senza il pensiero della bellezza."

Christophe Clavé.


Bibliografia: il mio prossimo libro in arrivo...



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