Il tempo

"Il problema ai nostri tempi, è che il futuro non è com'è sempre stato"

Paul Valery 







Il tempo è relativo, lo diciamo tutti. Anche quelli che di Einstein ricordano solo la foto di lui che tira fuori la lingua. Alcuni lo studiano a scuola, altri lo insegnano. Altri ancora, negli ultimi anni, hanno dichiarato e comprovato che il tempo non esiste. Nessun Panta rei dunque, e nemmeno il famigerato tempus fugit. Ma se il tempo non esiste, allora perché ci teniamo tanto a seguire una finzione? E si può essere puntuali o in ritardo in questo caso? E perché ci siamo impelagati in questa forma di schiavitù?

Ho speso il mio tempo (?) e ho trovato delle risposte interessanti in questo articolo molto esaustivo. Per farla brevissima gli uomini hanno calendarizzato le stagioni quando hanno iniziato a coltivare, insomma per fini giustamente utilitaristici. Prima distinguevano solo il giorno dalla notte e tanto bastava.
Poi mi sono chiesta come il tempo sia percepito dai bambini.
Osservando mia figlia che non va a scuola e non ha obblighi di orario, direi che percepisce il tempo allo stesso modo. Complice il fatto che le nostre giornate sono sempre diverse e gli impegni fisso pochi, a cinque anni ancora si disinteressa quasi del tutto dei giorni della settimana, dei mesi e men che meno degli anni (ma questo penso valga per tutti i bambini) alla faccia del mio bellissimo calendario montessoriano fai da te.
Si interessa invece molto alle stagioni, nonostante si viva in città. Le piace parlarne, riconoscere i segni del cambiamento e si è appassionata ai nostri lap Book a tema, ne facciamo uno ad ogni stagione.
Allo stesso modo mi chiede spesso di spiegarle perché "il sole si sposta" o "tramonta". Uso le virgolette perché in queste espressioni ritrovo l'emblema di questa nostra società in cui per pigrizia si continuano a riportare falsità ormai note a chiunque per consuetudine.
Ma se l'osservazione dei bambini ci porta a convenire che in mancanza di "addestramento" essi trovano naturale riconoscere solo ciò che loro stessi possono osservare, perché la scuola pone tanta enfasi nell'insegnamento di questo artificio? Eh sì, perché il calendario può essere lunare, solare, ma l'adattamento che ne abbiamo fatto noi (e lo stesso dicasi per il calendario cinese, ebraico, ortodosso o arabo) è frutto di adattamenti e aggiustamenti che di naturale non hanno nulla.
Mi chiedo, ma è davvero così necessario per la specie umana essere così edotti fin dai primi anni di vita? Certo per noi adulti sarebbe complicato tornare indietro, a meno di non cambiare del tutto vita, ma per i bambini? È normale che a quattro o cinque anni si agogni all'arrivo del week end proprio come gli adulti, per essere finalmente "liberi"?!
Scoprire il tempo, quello percepito naturalmente, partendo dalla nomenclatura dei giorni della settimana, è come raccontare a qualcuno di una cena luculliana partendo da quando si è andati al gabinetto. Mi si perdoni la metafora scatologica ma la trovo particolarmente calzante. L'unico trait d'union che ho visto stimolare la curiosità è stato quello con i pianeti, ancora una volta proprio come hanno fatto gli antichi.
E così, per l'ennesima volta mi ritrovo a dare ragione alla Montessori quando scriveva che non abbiamo da insegnare ma da accompagnare nell'apprendimento. Quanto è difficile però scrollarsi di dosso le nostre conoscenze stereotipate, i nostri schemi, le nostre paure di sbagliare e non accettare lo sbaglio.
Di tutta questa mia analisi sul tempo, ho capito che quello vero è il suo, in cui conta l'essenza dell'istante. L'istinto che fa percepire solo l'adesso e il per sempre. Il tempo di cui si gode con un altro, l'evento che si verifica solo se c'è qualcuno ad osservarlo e che mi riporta al famoso koan: che rumore fa un albero che cade in un bosco senza nessuno che lo senta?
Avevamo tra le mani l'infinito e l'abbiamo barattato per un'ora da 45 minuti più il quarto d'ora accademico. 

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