La vita pratica all'aperto
Riflessioni sull'approccio educativo montessoriano ai giorni nostri
"Le cure premurose verso gli esseri viventi sono la soddisfazione di uno degli istinti più vivi dell'anima infantile"
Maria Montessori, La Scoperta del bambino (Garzanti 1968)
Con il nuovo millennio, si è di certo aperta un'altra epoca, che forse, come una Fenice, ha bisogno di bruciare se stessa, prima di rinascere dalle proprie ceneri, così come avviene talvolta ai boschi della mia amata e tormentata isola.
E magari questo è il momento in cui il mitologico essere in parte si rigenera e in parte ancora brucia.
Molte nuove correnti pedagogiche si sono diffuse in questi anni, in nome del cambiamento, del contatto con la natura, del mito del bambino libero e sapiente, dell'uomo nuovo.
Ma siamo ancora agli albori, e dobbiamo fare attenzione a non commettere l'errore di buttare via proprio il bambino, con l'acqua sporca, come diceva mia nonna.
Attualmente il mondo dell'insegnamento e dell'educazione sembra scindersi in due rami divergenti: quella più prettamente scolastica, ovvero legata al sistema d'istruzione tradizionale e perlopiù statale da una parte, e quella cosiddetta parentale, dall'altra. Ambedue poi di suddividono a loro volta in tanti altri rami e rametti, per finire quasi a quanti sono gli allievi stessi.
Nel mio scenario, legato a ciò che ho vissuto al di qua e al di là della cattedra, il comparto della scuola pubblica è piuttosto uniforme (uniformato?), costellato di qualche variante nei metodi (Montessori, Bortolato, Scuola senza zaino, etc.), che però deve comunque sottostare alle regole che la assoggettano, poiché esse, le varianti, sono promosse all'interno di strutture rigidamente costituite.
L'altra frangia invece è una vera e propria cosmogonia, in cui si affiancano, miscelano, fondono e talvolta confondono, princìpi e metodi. Un po' come nelle ricette “svuota frigo” però, il risultato dipende più che dalla qualità degli ingredienti, dalla capacità del cuoco di dosare e mescolare gli stessi con dosi e modalità corrette. In caso contrario probabilmente verrebbe fuori una poltiglia marroncina e disgustosa.
In questi tre anni dedicati all'homeschooling con mia figlia, ho scoperto, scelto, frequentato, fatto parte, di varie realtà e metodi, ma ahimè sempre ho riscontrato soprattutto confusione e mancanza di una vera e propria progettualità e professionalità. Credo che sia normalissimo, quasi dovuto, vista la preponderante impronta della caratteristica della familiarità, ma spesso laddove si è cercato di apportare un miglioramento che permettesse ai bambini di poter vedere una traccia da seguire, si è riscontrata immediata, una forte ed inspiegabile resistenza. Ma resistenza a cosa? Mi sono chiesta.
Noi genitori/educatori odierni, ci sentiamo spesso perplessi. Come il nodo al centro del gioco del tiro alla fune, ci spostiamo una volta in una direzione ed una volta nell'altra, impauriti soprattutto dall'idea di non opprimere il bambino, di non lasciargli la propria libertà di espressione. Ed è intorno a questo abusatissimo nella parola e dimenticato nei fatti, sostantivo che si attorcigliano tutti i dubbi.
Non sono un'educatrice né una pedagogista, ma ho studiato e studio ogni giorno. Di ogni metodo di cui ho letto ho cercato in primis di comprendere se questo si confacesse alla filosofia di vita della nostra diade, di mia figlia e mia. Ho accolto con piacere i principi della neuroscienza, e del metodo montessoriano, che ben si compenetrano e si può dire che la prima sia un approfondimento della seconda, poiché poggia sulle stesse identiche basi. In alcuni Asili nel bosco si lavora con grandissima cura ed attenzione, con ottimi professionisti, più o meno sulle stesse idee. In altre realtà però si tende ad accontentarsi della ricerca di un contesto libertario e all'aria aperta, caratteristiche che sembrano essere divenute indispensabili soprattutto per i bambini che vivono in contesti costretti e super-urbanizzati, nei quali i bambini hanno perso ogni contatto con la natura.
Ma è davvero sufficiente far vivere un bambino tra piante ed animali per fare di lui un amante ed un conoscitore? A giudicare dalla mia esperienza no. Specie nei bambini abituati alla città, l'estraneità e l'alterità nei confronti di flora e fauna sono tali da non portare affatto ad amarli e rispettarli, quanto piuttosto a farne uso, alla stregua di qualunque altro oggetto a loro disposizione, a meno che non abbiano ricevuto già dalla primissima infanzia un'educazione familiare atta a sensibilizzarli. Questa considerazione mi porta ad una passo di Giovanna Alatri nel suo “In giardino e nell'orto con Maria Montessori”, che descrive quanto il solo far vivere i bambini a contatto con la natura sia utile per la cura del corpo, ma che sia necessario accompagnarlo anche nella cura dello spirito. Lo riporto qui di seguito: “Agli inizi del Novecento l'introduzione dell'igiene infantile nella pratica educativa aveva offerto all'infanzia la possibilità di godere di alcuni vantaggi per la tutela della salute e di raggiungere un accettabile benessere fisico attraverso una migliore nutrizione e il vivere all'aria libera; inoltre, una maggiore attenzione sociale aveva esteso in parte questi benefici igienico-sanitari anche ai bambini più poveri e bisognosi di cure, con la creazione delle scuole all'aperto, delle colonie marine e montane, diurne o permanenti e attraverso le attività all'esterno delle aule scolastiche, con il risultato che il processo educativo a contatto con la natura era rivolto piuttosto all'aspetto materiale che non a quello culturale e spirituale. Ma, osservava la Montessori, perché l'azione educativa fosse veramente efficace e completa la sola cura del corpo non poteva bastare, era necessario curare anche lo spirito: “L'educazione” diceva infatti “che una buona madre o una buona maestra moderna danno oggi al bambino che per esempio corre tra le aiuole fiorite, è quella di non toccare i fiori e di non calpestare le erbe, quasi che al fanciullo bastasse soddisfare i bisogni fisiologici del suo corpo, muovendo le gambe e respirando aria libera.
Ma se per la vita fisica è necessario lasciare il fanciullo esposto alle forze vivificatrici della natura, è pur necessario per la sua vita psichica porre l'anima del fanciullo in contatto con la creazione, per far tesoro delle forze direttamente educatrici della natura viva. Il metodo per giungere a ciò è quello di avviare il bambino ai lavori agricoli, guidandolo alla coltivazione delle piante e degli animali e quindi alla contemplazione intelligente della natura.”1
Il concetto di spazio aperto viene quindi oggi associato ad una maggiore libertà del bambino, ma attraverso quali strumenti è ancora tutto da chiarire. L'essere umano non può essere libero solo perché si trova in un ambiente piuttosto che in un altro. Sebbene sia evidente che una spiaggia sembri più sconfinata della cameretta di Van Gogh, l'animo umano ha necessità di altri parametri, per commisurare il proprio senso di libertà. Paradossalmente, in un mondo totalmente duale, come il nostro, la libertà richiama il limite.
E qui ritornano le perle filosofiche montessoriane: “Il bambino non ama il cosiddetto “campicello educativo” troppo piccolo per lui, proprietà misera che non soddisfa il suo amor proprio individuale. Che sia sua proprietà o no questo non importa al bambino soddisfatto nei suoi bisogni. Ciò che vuole è appunto questa soddisfazione. Anche per noi un giardino con troppe piante, con troppi fiori, è un luogo pieno di sconosciuti che vivono estranei all'animo nostro. I polmoni respireranno bene là dentro ma l'anima resterà senza corrispondenza. Anche una piccola aiuola non può soddisfarci: ciò che contiene è una miseria, non basta ai nostri bisogni, non soddisfa la fame dello spirito che vuol corrispondere con le creature. Ci sono dunque dei limiti: i limiti del giardino nostro ove ogni pianta ci è cara e ci da il suo aiuto sensibile a sorreggete il nostro io intimo.”2
E poi ancora: “Tutti gli esseri viventi tendono a localizzarsi e a porsi dei confini. Questo criterio si applica pure considerando la vita psichica. I limiti si devono trovare in quella giusta misura, che sta tra l'eccesso e l'insufficienza di spazio e di cose”.3
Il famoso motto: “la mia libertà finisce dove inizia quella di un altro” andrebbe scolpito sul marmo e poi fissato su ogni casa e ogni scuola, ma chi è l'altro? Ancora una volta ritorna l'alterità con la quale il bambino deve imparare a confrontarsi dal momento in cui inizia a separarsi dalla madre e creare il proprio sé. Da lì in poi Altro è “tutto il resto da me”. Altro è la mamma, l'amico, la maestra, ma anche ciò che non ha parola, come gli animali e le piante.
Ma, dice Maria Montessori, “La natura, in verità, fa paura alla maggior parte della gente. Si temono l'aria e il sole come nemici mortali. Si teme la brina notturna come un serpente nascosto tra la vegetazione. Si teme la pioggia quasi quanto l'incendio. Se oggi le esortazioni dell'igiene spingono un po' l'uomo civile, questo carcerato soddisfatto, verso la libera natura, egli lo fa timidamente, con la più oculata precauzione.[] Ma se i bambini sono a contatto con la natura, allora viene la rivelazione della loro forza. ”4
Ma come procedere all'applicazione pratica di questi precetti? Quanto poco oggi si riesce a concedere di tanta naturalezza ai fanciulli, quasi sempre impossibilitati ad accogliere anche solo le sensazioni di caldo e freddo. Troppo vestiti, troppo coperti, quasi ovattati. A volte anche solo per paura del giudizio altrui, perché nostro figlio non sembri un enfant sauvage. Non scalzi perché “non sta bene”, non è decoroso, fa freddo, ci si può far male. Quanto si vive reclusi in realtà grigie ed asettiche, prive di empatia nei confronti della Creazione che ci circonda?
Da madre ed insegnante ho scelto di mostrare a mia figlia un modello di vita basato sul rispetto dell'altro, in tutti i regni, animale, vegetale, e persino minerale. Tutto ciò che esiste ha un perché ed è meritevole di rispetto, appunto.
Quando ci prendiamo cura delle piante ad esempio, lo facciamo studiandone le caratteristiche, per potarle, nutrirle, annaffiarle quando è il tempo giusto per loro, e riconoscendo ed ammirando il bello che emerge dall'attenzione che prestiamo loro. Studio e ricerca della bellezza sono le due regole base del nostro crescere; scienza ed arte, si potrebbe dire.
Il nostro approccio si basa sulla vita quotidiana in campagna, la progettazione di un orto, ma anche attraverso l'uso degli incastri della botanica, delle nomenclature e dei libretti di piante e animali. Ma la parte più bella, alla fine di una giornata, è quando arriva la contemplazione. Per un bocciolo nuovo, un frutto, un colore dopo la pioggia. Quella sorta di magia estatica che ci pervade, incanalandosi attraverso tutti i sensi e facendoci sentire parte di un tutto e comprendere che amare Noi stessi significa amare l'Altro, e viceversa.
Vivere a contatto con la natura per me deve essere questo: il bambino può essere libero solo se consapevole e grato. Certo è un processo lungo ed intenso, ma i cui risultati resteranno per sempre nell'animo dell'adulto che diverrà domani.
1 Maria Montessori, Il metodo della pedagogia scientifica applicato nelle case dei bambini, Roma, Loescher 1913 p.110
2 Ibid pag. 82
3 Maria Montessori La natura nell'educazione
4 Maria Montessori La natura nell'educazione

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